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giovedì 8 gennaio 2015

Regime forfettario dal 2015: adempimenti ed esoneri



Dopo aver approfondito le condizioni di accesso al regime forfettario e aver fatto due conti su quanto si paga in termini di imposte e contributi previdenziali, resta un ultimo capitolo da affrontare: gli adempimenti cui sottostare e quelli da cui invece gli aderenti al regime sono esonerati.
Infatti i propulsori della legge affermano con insistenza che il regime forfettario non brilla certamente in termini di riduzione degli importi da pagare, ma lo fa se andiamo a considerare la semplificazione radicale degli obblighi cui rispondere. E non c’è dubbio che sotto questo aspetto il regime forfettario appare come il più semplice che si sia mai visto, il che dovrebbe consentire fra l’altro una notevole riduzione dei costi del commercialista.


Cosa devono dunque fare gli aderenti al regime?
Per prima cosa, essi devono ovviamente emettere fattura sulle operazioni compiute (o ricevuta o scontrino in caso di esonero dalla fatturazione), ma senza addebitare l’IVA ai loro clienti. Nelle loro fatture o documenti succedanei dovrà però comparire una dicitura che giustifichi l’assenza dell’imposta sul valore aggiunto, che potrebbe suonare come: “Operazione esclusa da IVA ex art. 1 cc. 54-89 L. 190/2014”.
Devono inoltre conservare e numerare tutte le fatture ricevute, ma non hanno la possibilità di detrarre l’IVA sugli acquisti. Come conseguenza, sono esonerati dalla tenuta di qualsivoglia libro contabile, tanto ai fini IVA quanto ai fini delle imposte dirette. L’esclusione da IVA comporta per di più la totale esenzione dagli adempimenti dichiarativi connessi: comunicazione dati, dichiarazione annuale, spesometro.
Gli aderenti al regime dovranno invece predisporre e inviare la dichiarazione dei redditi e pagare l’imposta sostitutiva del 15% secondo le modalità e tempistiche ordinarie, ma è facile presumere che la compilazione sarà molto veloce.


Un altro beneficio è che gli aderenti al regime sono del tutto esclusi dall’applicazione dell’IRAP e degli studi di settore e dei parametri contabili, nonché dalla comunicazione annuale delle operazioni con soggetti residenti in Paesi iscritti nelle black list; inoltre non subiscono mai ritenuta d’acconto sui propri compensi, purché in fattura sia indicata una dicitura del tenore: “Operazione non soggetta a ritenuta d’acconto ex art. 1 cc. 54-89 L. 190/2014”.
I vantaggi indicati nell’ultimo capoverso erano comuni anche al vecchio regime dei contribuenti minimi, ma qui c’è anche una semplificazione in più: i “forfettari” non rivestono mai il ruolo di sostituti d’imposta e dunque non eseguono mai ritenute sui compensi erogati a qualsiasi titolo (né sui propri eventuali dipendenti né su altri soggetti). Questo significa che sono esonerati dagli adempimenti conseguenti, e cioè il rilascio delle certificazioni uniche (gli ex CUD) e l’invio del modello 770. Ciò che dovranno fare, invece, sarà indicare in dichiarazione dei redditi i codici fiscali dei soggetti a cui in condizioni normali avrebbero dovuto applicare la ritenuta nonché gli importi corrisposti.



Ci sono poi alcune adempimenti particolari: nell’ipotesi di esecuzione, a titolo di cliente, di operazioni in regime di reverse-charge oppure di acquisti intracomunitari, all’imprenditore o professionista in regime forfettario toccherà integrare la fattura del fornitore con l’indicazione di IVA e totale nonché versare l’ammontare dell’imposta entro il giorno 16 del mese successivo.

venerdì 2 gennaio 2015

Regime forfettario dal 2015: imposte e contributi



L’ultima volta abbiamo chiarito chi può accedere al nuovo regime agevolato, il forfettario, che esordisce nel 2015 prendendo il posto dei regimi di favore previgenti.
Ma esattamente, quanto deve pagare in tutto chi aderisce al regime? Qui emergono le dolenti note, poiché tutte le simulazioni mettono in evidenza di come il regime forfettario risulti quasi sempre meno conveniente non solo dell’ormai ex regime dei contribuenti minimi, ma perfino dei regimi contabili ordinari. Chi scrive non pretende di dettare valutazioni statisticamente rilevanti, ma in oltre il 90% delle simulazioni compiute con i propri clienti ha scoperto che il regime forfettario può tranquillamente essere messo nell’armadio, in presenza di soluzioni economicamente ben più convenienti.


In realtà, il vero vantaggio del forfettario sta nella radicale semplificazione degli adempimenti; se però analizziamo la questione dal lato squisitamente monetario, chi vi aderisce deve abituarsi all’idea di sborsare non poco rispetto alle alternative esistenti.
Tanto per cominciare, non si può recuperare nemmeno un euro sull’IVA pagata sui propri acquisti: quella è persa per sempre. E non è poco: parliamo di centinaia di euro buttati ogni anno nel cestino.
Ma l’elemento più qualificante è che i costi sostenuti non assumono alcuna rilevanza: infatti il reddito imponibile si determina per via forfettaria partendo esclusivamente dagli incassi. Perciò, chi in tutto l’anno ha comprato due matite e una penna e chi invece ha acquistato arredamento, computer e automobile sono esattamente nelle medesima condizione: a parità di attività e incassi, pagheranno infatti le medesime imposte.




Il calcolo da eseguire è il seguente. Si parte sommando gli incassi ottenuti dal primo gennaio al trentuno dicembre: secondo il principio di cassa, non conta quanto si fattura ma quanto denaro materialmente si incamera. Sul risultato così ottenuto si applica un coefficiente di redditività fissato dalla legge, al fine di sottrarre i costi determinandoli in via forfettaria: è questo l’elemento più originale del nuovo regime, ciò che principalmente lo distingue dai suoi predecessori. Tale coefficiente varia secondo l’attività esercitata: si va dal 40% previsto per commercianti al dettaglio e all’ingrosso, albergatori e ristoratori nonché industriali e venditori ambulanti del settore alimentare all’86% previsto per chi opera nel settore delle costruzioni. Il risultato è abbattuto di un terzo per coloro che sono nei primi tre anni di attività.
Dal valore ottenuto si detraggono i contributi previdenziali versati nel corso dell’anno: si tratta dell’unica uscita determinata in maniera analitica e non forfettaria. Quanto è così ottenuto rappresenta il reddito imponibile, su cui si applica l’aliquota del 15%.



 Tale operazione ci consente di determinare l’imposta sostitutiva che costituisce la tassazione unica sul reddito dell’attività, sottratto pertanto ai meccanismi ordinari di IRPEF, addizionali e IRAP.
E per quanto riguarda i contributi previdenziali? Il regime forfettario è puramente fiscale, perciò per coloro che sono iscritti alle varie forme previdenziali (IVS, Gestione Separata, Enasarco, casse professionali eccetera) non cambia nulla rispetto alle regole tradizionali.
Ma c’è una vistosa eccezione: coloro che sono iscritti alla Gestione INPS per artigiani e commercianti, infatti, possono presentare un’espressa istanza per chiedere di essere esonerati dal versamento dei contributi fissi trimestrali e dunque di pagare invece i contributi calcolati sulla base del reddito effettivamente conseguito. Le modalità di redazione e invio di tale istanza sono da fissare congiuntamente da Agenzia delle Entrate e INPS, e i tempi stringono considerando che il contribuente dovrà presentarla entro il 28 febbraio.




La probabile riduzione dei contributi INPS da versare ogni anno costituisce l’unico vero appeal in termini monetari che presenta il regime forfettario, almeno per gli artigiani e i commercianti. Naturalmente va ricordato che versare meno contributi oggi significherà avere una pensione più modesta domani, ed è per questo che tale agevolazione non è obbligatoria ma facoltativa: ogni contribuente deve dunque fare una riflessione sul proprio futuro e decidere di conseguenza come comportarsi.

martedì 30 dicembre 2014

Regime forfettario dal 2015: i requisiti di accesso



Per i soggetti di piccole dimensioni che intendono aprire una partita IVA, a partire dal mese di gennaio arriva una rivoluzione. Scompare infatti il noto e popolarissimo regime dei contribuenti minimi (anche se chi vi aderiva nel 2014 potrà mantenerlo ad oltranza per la durata originariamente prevista), oltre ad altri regimi agevolati meno conosciuti, come quello degli ex-minimi e quello delle nuove iniziative produttive.
Giunge invece un nuovo regime contabile agevolato: qualcuno lo chiama “dei nuovi minimi” ma noi preferiamo usare la locuzione “regime forfettario”, sia per distinguerlo nettamente dal suo illustre predecessore, sia perché il tratto caratterizzante è proprio la determinazione a forfait del reddito da tassare.



Vediamo di sviscerare, dunque, il nuovo regime contabile a beneficio delle future partite IVA, tenendo comunque conto che su svariati aspetti di dettaglio attendiamo urgenti chiarimenti e istruzioni da parte dell’Agenzia delle Entrate.
Nel primo articolo di questo nostro tour, identifichiamo innanzitutto chi ha la possibilità di accedervi: è infatti indispensabile rispettare congiuntamente numerose condizioni. Per chi possiede tali requisiti, quello forfettario è il regime contabile naturale: in altre parole, si accede automaticamente al regime agevolato (a meno che non si scelga espressamente di rinunciarvi) e vi si può rimanere senza limiti temporali fino a quando i requisiti rimangono rispettati. Va anche detto che magari ci sarà il contribuente che al momento non presenta tutti i requisiti ma magari li acquisirà in futuro, e dunque gli sarà concesso di accedere al regime forfettario in un’annata successiva (su questo, però, attendiamo conferme).


Ma in definitiva, quali sono questi benedetti requisiti? Elenchiamoli punto per punto.
Gli aspiranti aderenti al regime forfettario devono innanzitutto:
1)   Essere residenti in Italia o, in alternativa, essere residenti in un’altra nazione comunitaria o appartenente allo Spazio Economico Europeo (Liechtenstein, Norvegia, Islanda), purché però almeno il 75% del reddito dell’attività sia prodotto in Italia
2)  Esercitare un’attività che non includa la cessione di fabbricati, aree fabbricabili o mezzi di trasporto nuovi
3)   Esercitare un’attività per la quale non è previsto l’assoggettamento obbligatorio ad un regime speciale di determinazione del reddito e/o dell’IVA (agricoltura, editoria, beni usati…)
4) Evitare di essere soci di società di persone, associazioni professionali o società a responsabilità limitata soggette al regime di trasparenza fiscale 




Inoltre, con riferimento all’annata precedente o, in caso di avvio dell’attività, con previsione per il primo anno, è necessario che:
5)    Non si sostengano costi per lavoro dipendente o assimilato per oltre 5.000 euro
6)  Il reddito dell’attività di impresa o lavoro autonomo sia superiore al reddito da lavoro dipendente o assimilato eventualmente detenuto; questa condizione non è richiesta quando la somma di questi redditi non supera 20.000 euro oppure quando il lavoro da dipendente o assimilato è venuto a cessare
7)   I beni strumentali posseduti al 31 dicembre non superino la soglia di 20.000 euro al lordo degli ammortamenti. Per determinare questa soglia bisogna rammentare che:
·      si fa riferimento al costo di acquisto sostenuto o, in caso di bene detenuto in leasing, al costo sostenuto dal concedente
·      i beni utilizzati in forma promiscua si conteggiano per il 50%; sono ricompresi: telefoni cellulari, automobili, beni vari utilizzati un po’ per sé e un po’ per l’attività
·     non sono mai da considerare i beni immobili né i beni di valore unitario inferiore a € 516,46
8)   Gli incassi annuali non superino la soglia prevista per quella categoria di attività. Occorre fare attenzione al fatto che non rilevano le fatture emesse bensì gli incassi effettivamente conseguiti (principio di cassa)
Il requisito che abbiamo indicato con il numero otto è probabilmente quello più punitivo: sono infatti tantissimi gli aspiranti “forfettari” che devono rinunciare al regime agevolato per superamento della soglia di incassi, la quale è oggettivamente bassa per molte categorie.



Ma come si determina questa soglia? Innanzitutto, occorre identificare l’attività svolta sulla base della classificazione ATECO2007, facilmente rinvenibile sulle proprie dichiarazioni fiscali o, in mancanza, sul sito dell’Istat. Qualora si esercitino più attività, occorre riferirsi a quella principale in termini di volume d’affari (anche su questo aspetto, però, si attendono maggiori conferme).
Tramite la classificazione ATECO2007 si individua un preciso codice attività; dopodiché, occorre leggere la tabella ministeriale che associa ad ogni codice una soglia massima di incassi.
Senza scendere nei dettagli e rinviando per ogni verifica alla tabella contenuta nell’ultima legge di stabilità, possiamo indicare in maniera grossolana che tale soglia è pari a:
  • € 40.000 per commercianti all’ingrosso e al dettaglio, ristoratori e albergatori;
  • € 35.000 per le attività di produzione di alimenti e bevande;
  • € 30.000 per i venditori ambulanti di alimenti e bevande;
  • € 20.000 per i venditori ambulanti di prodotti non alimentari;
  • € 15.000 per i liberi professionisti, gli agenti di commercio e chi opera nell’edilizia;
  • € 20.000 per chi non rientra in nessuna delle categorie sopra citate.