Il
concetto di “familiari a carico” è tanto diffuso quanto in realtà poco
conosciuto e sfumato. In realtà, dal punto di vista fiscale il discorso è
assolutamente chiaro, dato che la legge pone delle regole precise e
inequivocabili.
Per
parlare di familiari a carico, occorrono tre requisiti congiunti: che la
persona rientri in una delle categorie parentali previste dalla legge, che
conviva con il contribuente e che il suo reddito annuale non superi una soglia
fissata attualmente a € 2.840,51. Non ha alcuna importanza se il familiare a
carico presenta una propria dichiarazione dei redditi.
Le
categorie di parenti contemplate dalla legge sono numerose. Innanzitutto, ci
sono il coniuge (purché non separato legalmente) e i figli, anche se
maggiorenni. Per tutti costoro non è richiesto il requisito della convivenza.
L’esigenza
che invece convivano abitualmente con il contribuente è invece richiesto per le
altre categorie: il coniuge separato legalmente, i discendenti dei propri
figli, i genitori, i nonni, i suoceri, i generi e le nuore, i fratelli e le sorelle
(inclusi i fratellastri). In alternativa alla convivenza, può essere rilevante
la corresponsione di un assegno alimentare, sempre che questo non costituisca
un ordine dell’autorità giudiziaria.
Com’è
noto, la legge italiana al momento non prevede invece alcun tipo di rilevanza
alle coppie di fatto, tanto eterosessuali che omosessuali. Né possono essere
mai considerati come familiari a carico le categorie parentali non citate, come
gli zii, i cugini eccetera.
Una
precisazione per quanto riguarda i figli: solitamente essi sono a carico per il
50% per entrambi i coniugi (se entrambi sono vivi); tuttavia, i coniugi possono
accordarsi per riconoscere il figlio a carico per il 100% al genitore col
reddito più alto, il che può portare talvolta a vantaggi fiscali niente
affatto modesti.
Può
anche capitare che il familiare non sia a carico per l’intero anno: per
esempio, un figlio nato a settembre sarà a carico solo per quattro mesi. In tal
caso, i vari benefici vengono ridotti proporzionalmente.
Ma
quali sono, questi benefici? Fondamentalmente sono due.
Innanzitutto,
il contribuente può scaricare dal proprio reddito una serie di oneri sostenuti
dal familiare a carico, a partire dalle spese mediche; inoltre, è riconosciuta
una detrazione forfettaria, e cioè una sorta di bonus che va ad abbattere l’imposta
sul reddito.
L’ammontare
di questo bonus varia secondo la categoria del familiare e, soprattutto,
secondo il reddito del contribuente: più quest’ultimo è povero, tanto maggiore
sarà lo sconto delle imposte. Il calcolo del bonus è aritmeticamente molto
complesso: basti quindi dire che nel più favorevole dei casi (figlio disabile
di età inferiore a tre anni a carico per il 100% per l’intero anno e nato in
una famiglia dove i figli sono più di tre), il risparmio d’imposta può arrivare
fino a € 1.820.
Dipendenti
e pensionati possono chiedere al loro sostituto d’imposta di considerare i
familiari a carico, in modo da godere del bonus già durante l’anno riducendo le
ritenute in busta-paga o sulla pensione. Ma se questo non avviene, niente
paura: in sede di dichiarazione dei redditi si tireranno le somme definitive e
il famoso bonus, se non fruito in precedenza, ricomparirà tutto intero nel
calcolo finale.


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