Con
il trascorrere del tempo, appare sempre più evidente di come il sistema
pubblico non sia più in grado di garantire ai cittadini una pensione soddisfacente. Il passaggio al sistema
contributivo, entrato in vigore ormai da quasi vent’anni, nonché le svariate
riforme succedutesi negli anni e tendenti per lo più al rialzo dell’età
pensionabile, hanno infatti avuto l’obiettivo di mettere in sicurezza i conti dello
Stato, ma il prezzo da pagare è stato inevitabilmente di rinviare in avanti la data del ritiro dalla vita lavorativa e di
abbassare l’entità media dell’agognato assegno mensile.
È
per questo motivo che il terreno in cui fioriscono le proposte di previdenza integrativa (o complementare, che dir si voglia) è
via via sempre più fertile. Tuttavia, in confronto agli altri grandi Paesi
europei, in Italia sono ancora proporzionalmente molto pochi coloro che hanno
fatto questa scelta: un po’ per diffidenza, un po’ per scarsa percezione del
futuro, un po’ (soprattutto) per i pochi quattrini a disposizione in questi
duri anni di crisi.
Tuttavia,
la crescita del cosiddetto “secondo
pilastro” della previdenza esiste, per quanto lenta, anche per le varie
spinte legislative, dalla normativa sul TFR alle varie agevolazioni tributarie
(su cui peraltro abbiamo avuto una recentissima retromarcia).
Rinviando
ad un successivo articolo gli approfondimenti di natura squisitamente fiscale,
vediamo intanto di capirne di più sul funzionamento
della previdenza integrativa. La legge fissa infatti alcuni paletti molto
precisi, all’interno dei quali si muove l’autonomia delle grandi compagnie
bancarie e assicurative che operano nel settore nonché, com’è ovvio, la
discrezionalità del contribuente.
In
estrema sintesi, nel corso della vita lavorativa il contribuente versa denaro
al fondo prescelto, o anche a più di uno, se preferisce; quando poi raggiungerà
i requisiti per andare in pensione secondo il sistema previdenziale pubblico,
nello stesso momento potrà iniziare a fruire anche del trattamento integrativo
(che, come suggerisce il termine, integra e non sostituisce il vitalizio
pubblico).
In
pratica, i contributi versati nel corso degli anni (il capitale) avranno maturato degli interessi, il cosiddetto “rendimento”. La somma di capitale e
rendimento porta ad un totale che si chiama “montante contributivo”. Di norma, il pensionato potrà così godere
di un assegno mensile dato dal rapporto fra il montante contributivo e il
numero di mesi che – si suppone – gli restano da vivere in base alle
statistiche sulla vita media.
Per
esempio: se egli ha maturato un montante di 90.000 euro, va in pensione a 70
anni e la vita media calcolata in quel momento è pari a 85, si calcola perciò
che gli rimangano ancora 180 mesi da vivere, e dunque fruirà di 500 euro al
mese finché campa. Ovviamente, se la sfortuna vuole che il poveretto ci rimetta
le penne dopo un mese, aver risparmiato tanto durante la giovinezza non si sarà
rivelato un grande affare; ma se invece riuscirà a festeggiare le cento
candeline, al contrario, avrà riavuto indietro molto di più di quanto aveva
versato.
Chiaramente,
il calcolo non è davvero così semplificato. Entrano in gioco altre variabili, come il prelievo fiscale e la rivalutazione dell’assegno in base
all’inflazione, ma in maniera grossolana il meccanismo è proprio questo.
Ci
sono poi, come accennato, alcune basi legislative che regolano il sistema dei
piani individuali pensionistici: insomma, la libertà contrattuale non può violare
una serie di paletti volti a garantire il raggiungimento delle finalità sociali
complessive del sistema. Ma su questo ritorneremo la prossima volta.



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