Esiste una leggenda metropolitana che, per quanto
passino gli anni, non si riesce a sfatare: è la leggenda dei cinquemila euro.
Molte persone sono
convinte, in buona fede, che se praticano una qualunque attività ed evitano di
superare la soglia dei 5.000 euro di incassi annuali non sono tenuti ad aprire partita IVA; in particolare, se si tratta
di attività di lavoro autonomo queste prestazioni vengono considerate come
occasionali e soggette, semmai, alla semplice ritenuta d’acconto del 20%.
Tutto questo è,
per dirlo in francese, una cazzata. Ma
vediamo di capirne di più.
Fra il 2002 e il 2003
fu introdotta in Italia la celeberrima “legge
Biagi”, che modificò in maniera radicale il mercato del lavoro. Fra le
numerosissime pieghe della normativa introdotta a quel tempo, si diede una
definizione ufficiale alle cosiddette prestazioni
occasionali, le quali fino ad allora avevano costituito una realtà
diffusissima e altrettanto nebulosa.
Si stabilì perciò
che una prestazione è occasionale quando nel corso dell’anno solare non si
percepiscono più di cinquemila euro e per non
più di trenta giorni di lavoro da parte del medesimo committente.
Tutto questo è
vero e sacrosanto, ma rappresenta la differenza che intercorre fra le
prestazioni occasionali e i contratti di
lavoro subordinato: nel senso che un soggetto ha diritto ad essere assunto
come dipendente se queste soglie sono superate, al fine di garantirgli i
diritti fondamentali del lavoratore e un’adeguata copertura previdenziale e
assistenziale.
Ma colui che
esercita un’attività di impresa o di lavoro autonomo non può e non deve essere
assunto da nessuno. La distinzione con le prestazioni occasionali non sta nel
limite di 5.000 euro bensì nel concetto stesso di occasionalità.
Facciamo un
esempio: se Mario Rossi supera nel 2014 l’esame di Stato da ingegnere, si apre
uno studio, esegue i primi lavori ma non lo paga ancora nessuno perché sarà
pagato a gennaio del 2015, oppure incassa un acconto di 2.000 euro (e dunque
ampiamente sotto il supposto limite) e oltretutto nell’anno corrente non ha
lavorato per più di venticinque giorni per singolo committente, possiamo ritenere
che sia esonerato dall’apertura della partita IVA?
Assolutamente
no,
perché non c’è proprio niente di occasionale nella sua attività. Egli sta
operando in maniera continuativa, ha fatto degli investimenti, ha coltivato
delle clientele. È a tutti gli effetti un libero professionista e deve aprirsi
la sua partita IVA. E se non provvede, sarà l’Agenzia delle Entrate ad
aprirgliela d’ufficio, nonché a dargli una tale mazzata di sanzioni che il
nostro Mario Rossi finirà dritto sotto un ponte a domandarsi: “Ma perché non mi sono rivolto ad un
commercialista?”.



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